Don't step on the flowers
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12 – Interludio – Il sapore delle lenzuola


Prima di provarlo, non l’avrebbe immaginato così. Si era aspettata una sveltina, qualcosa di semplice, di piacevole ma veloce, facilmente superabile. Un assaggio. Reno era un uomo da assaggiare, in fondo, non molto di più. Prima di provarlo, avrebbe detto ridendo che doveva non sapere di nulla.

E Cloud la sommergeva, era come affogare. Quante volte l’avevano fatto, ormai? Quante volte? Eppure era impossibile saziarsi, era come se avesse bisogno di inalarlo, di nutrirsene, di sentirne la carne sulla sua, nella sua. Ancora. Cloud era lento, metodico, dolce. Forse non l’aveva immaginato esattamente così. Forse lo sognava diverso. Ma quando le passava le braccia intorno, il preludio di una routine ormai collaudata, sentiva che aveva bisogno di respirarlo. Aveva bisogno di quella lentezza, che annullava tutto, che lasciava solo loro due al mondo. Forse avrebbe desiderato altro, a volte, eppure era quel desiderio che la riportava a lui. Quel non esserne mai sazia.

Non era difficile pensarlo imbarazzato, in realtà. Lo era spesso. Ed era così che l’aveva immaginato, prima. Ne aveva scorto il sangue sulle guance, un piccolo segno di quel che c’era dietro, di quel che poteva bloccarlo. Lo conosceva così bene, ormai... E al suo imbarazzo sorrideva, gli si avvicinava ancora un po’, più vicino, i corpi dovevano toccarsi, muoversi insieme. Provocarlo era divertente, la faceva sentire desiderata. Una cosa mai successa. Un desiderio diverso, colmo di un rispetto che Cissnei non aveva mai sperimentato. A volte doveva insistere, prima che lui capisse. Per un attimo l’insicurezza la conquistava, si chiedeva se non si fosse soltanto immaginato tutto quell’interesse. Poi Reno li lasciava soli, e Rude iniziava a guardarla.

All’inizio, lei era sempre sopra. Pensandoci non avrebbe neanche saputo spiegarlo bene. Come ci finiva, ogni volta? Era lui a guidarla? Ma Yuffie non ci aveva mai pensato, non aveva importanza. Ci finiva. Ed era l’unico momento in cui si permetteva di stringerlo. Gli piaceva. Essere stretto, con forza, lasciarla fare. Fissarla negli occhi. Yuffie non aveva mai abbassato lo sguardo. Stare su di lui era come lanciargli una sfida, doveva reggerla. Dimostrare di essere quella a cui non importava.
Ma lui vinceva sempre.
Come faceva a finire sempre sotto, dopo?

Era come spiarlo, mentre ad occhi chiusi si muoveva su di lei. Come essere distante. Il desiderio cresceva lento, voleva di più, di più ancora. E non c’era altro da chiedere. Cloud respirava veloce, e lei lo guardava perdersi, pensando che le mancava già averlo addosso.

Gli piacevano i suoi fianchi. Cissnei lo sapeva, l’aveva capito, le sue mani erano sempre a toccarli. A cingerli. Non ne avevano mai parlato, ma lei aveva capito molto di più su di lui facendolo, che parlando. C’era una strana tristezza, una strana malinconia nel modo in cui si muoveva. E lei era brava nell’assecondarlo senza parole, nello sfruttare quel che sapeva piacergli.
Gli piacevano i suoi capelli. Li lasciava scivolare morbidi sulla pelle, ondeggiare sul suo viso mentre ne cercava le labbra.
Gli piacevano le dita leggere sui fianchi, rabbrividiva. Le lasciava scorrere come se fosse per caso, come se non ci mettesse impegno. Come se la perfezione le venisse naturale, perché era così che Rude doveva pensare.

Non c’era nulla che Reno non avesse già provato, probabilmente. E allora ogni cosa con lei doveva essere unica, indimenticabile. Non si era mai impegnata tanto. Non l’avrebbe lasciato andare, finché non l’avesse visto urlare.

“Ti è piaciuto?” chiedeva Cloud, la domanda, quella dell’insicurezza, quella da non fare. Ma lui non lo sapeva, non poteva saperlo, e lo chiedeva.

“Ti è piaciuto?” chiedeva Rude senza dirlo, accarezzandola.

“Ti è piaciuto.” diceva Reno, o a volte non lo diceva nemmeno, e si addormentava sfatto, spettinato, ansante.

E lei, non importa chi lei fosse, rimaneva sveglia ad assaporare i residui, a desiderare la prossima volta.

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