Don't step on the flowers
Commenti al capitolo - 1
11 – Basta chiedere
Non era così, che si era aspettata di incontrarlo ancora. Accigliata, si ostinava a non guardarlo. Picchiettava le dita sul tavolo, con gli occhi fissi sul pavimento, con un gomito appoggiato al legno ed una mano a reggere il viso. Non così. Si era immaginata, ad esempio, di incontrarlo casualmente durante una lotta. Di salvarlo. Di tirarlo fuori dai guai quando stava per essere sconfitto, e poi di ergersi su di lui (che fosse più bassa, non aveva importanza) e dire che lo aveva perdonato, perché la sua magnanimità era grande. E di ridere, coprendosi la bocca con una mano. Oh-oh-oh. Nessuno rimane indifferente alla grande Yuffie. Oh-oh-oh.
Invece era come se non ci fosse mai stato alcun litigio. Reno era lì, vederlo era quasi troppo. La sua fisicità, il suo esserci, era troppo. Si chiese se fosse così per tutti, se Reno fosse una specie di fulmine per chiunque, o se fosse così solo per lei.
Perché, beh, se era così solo per lei... avrebbe dovuto preoccuparsi.
“Vi ringrazio... per l’aiuto.” disse Reno, spezzando il silenzio.
“Non stiamo aiutando te.” rispose Tifa, secca.
“Lo so. Non c’è bisogno di scaldarsi, zucchero.”
”Che hai intenzione di fare, Reno?” Cloud mise una mano sul tavolo, facendosi avanti. “Con noi o contro? Ci serve capirlo. In modo chiaro.”
“Che vuol dire, contro?”
“Vuoi seguire gli ordini, o rifiutarli?”
“Se volessi seguirli, Cissnei sarebbe già morta.”
”Allora, sei con noi.”
Reno abbassò lo sguardo. Sembrava pensieroso. “Diciamo che non seguirò gli ordini.”
“Bene.” Cloud si sedette, accanto a Tifa. “Ora ci serve capire cosa possiamo fare per evitare che qualcuno li segua.”
”Non li seguirà nessuno. Rude no di certo. E, al momento...” Fece spallucce. “...siamo un po’ a corto di personale. Elena non è abbastanza... forte. Non sarà un problema.”
“Ma perché vogliono ucciderla?” chiese Tifa.
“Non lo so. E’ strano. Non so cosa...” Reno li guardò, ad uno ad uno, attentamente. “Sono informazioni riservate.”
“Informazioni riservate un cavolo!” sbottò Yuffie, alzandosi di scatto. “Vuoi aiutare Cissnei? Bene, allora parla chiaro e spiegaci come stanno le cose!”
“Non so niente che possa esservi utile.”
“Puoi contattare Rude?” chiese Cloud. “Sapere dove sia ora sarebbe già qualcosa.”
”Gli ho mandato un messaggio. Sarà qui a breve, credo.”
“Questa cosa...” Tifa sospirò profondamente, prima di continuare. “...non vi creerà dei problemi? Con la ShinRa? Insomma... il non seguire gli ordini...”
“Ti preoccupa?”
”Mi preoccupa pensare di tornare a scontarmi con voi, sì. Abbiamo la nostra vita, ormai. Non ci interessa ricominciare.”
“Voi non c’entrate nulla, non preoccuparti. Se vorranno scontrarsi con qualcuno, quelli saremo noi. Io e Rude. Non voi.” Reno accavallò le gambe. “Ma è comunque una situazione pericolosa, è difficile prevedere cosa potrebbe succedere. Se avete intenzione di proteggere Cissnei, dovete rendervene conto.”
“Quello che ci interessa è che Cissnei sia salva. E che la lasciate in pace.”
“Cissnei è sotto la protezione di un Turk. Di... due Turk.” Reno si passò una mano fra i capelli, accigliato. “E vostra. Non le succederà nulla, per ora.”
“Per ora...” fece Cloud.
“Risolvere il resto è compito nostro. Non preoccupatevi. Troveremo un modo. Lo troviamo sempre. Adesso... possiamo mangiare qualcosa?”
Erano le otto del mattino. La notte era scivolata via, le ore erano passate in fretta. Rude guardò l’orologio, poi spostò lo sguardo su Elena che dormiva sul sedile. Il cellulare nel cruscotto emise un suono acuto, improvviso. Lo prese, mentre Elena brontolava qualcosa e cambiava posizione.
“Elena.”
”Uhn?”
“Elena... dobbiamo andare.”
Lei aprì gli occhi, si passò una mano sul viso. “Ah... uhm... dove?”
“A casa di Cloud.”
”Ah.” Sbadigliò rumorosamente. “Ok, lasciami solo il tempo di... Ehi, aspetta, perché a casa di Cloud?”
“Reno è lì.” Le mise di fronte il cellulare, Elena lo guardò.
Chocobo-man, diceva il messaggio.
In realtà, non stava dormendo. Era seduta sul letto, guardava oltre la finestra con occhi spenti. Rifletteva. Avrebbe potuto uscire e darsi alla fuga. Scomparire. E dove poteva andare? Lontano. Senza fermarsi. Ma senza soldi, senza un’idea precisa, quell’ipotesi sembrava solo sciocca. Ci aveva provato, ed era finita in una locanda di Kalm. Piuttosto ridicolo, in effetti. Chiunque avrebbe capito dove trovarla. Ed era strano, sì, strano, che la ShinRa non l’avesse trovata prima.
Perché avrebbero voluto ucciderla?
Si strinse nelle spalle. Faceva troppo fresco, per quel vestito leggero.
“E’ in camera.” fece la voce di Tifa, dall’altra stanza. Cissnei sentì il cuore accellerare. Era arrivato. Con che coraggio poteva ancora guardarlo? I passi si avvicinavano e lei si voltò a guardare la porta. Riuscì a scorgere Reno ed Elena, mentre Rude se la richiudeva alle spalle. Stava bene. In ogni caso, stava bene. Non era morto per colpa sua. Era già qualcosa.
“Sei qui.” disse Cissnei.
“Ti avevo detto di scappare.”
“Tifa e Cloud sono venuti a prendermi, e io...” Cissnei si mise in piedi, fece qualche passo. “Sei ferito!”
”Non è niente.”
Rude aveva un taglio sul viso, una linea rossa lungo la fronte e il naso.
“Chi... Con chi hai combattuto?”
”Con Elena.”
”Con... Elena?”
”C’era soltanto lei.”
”Ah...” Avrebbe voluto avvicinarsi, ma non era sicura. Lui sembrava freddo, sembrava distante. “Mi... dispiace.” aggiunse. Strinse le braccia al petto, come per scaldarsi.
“Io, Reno ed Elena andremo da Tseng. Gli parleremo.”
”Cosa?” Cissnei alzò il viso. “Credi che...” Lo abbassò di nuovo, perplessa. “...che potreste risolvere solo parlando?”
”Non posso fare altro.” Rude si avvicinò, finalmente. Le rimase di fronte, immobile. “Ma, se vuoi che io rimanga...”
“No, credo... di essere al sicuro, con Tifa e Cloud. E poi... non puoi rimanere, Rude. Lo sai bene.”
“Posso rimanere, se me lo chiedi.”
“No, non puoi.” Cissnei respirò a fondo. “Cosa vuoi fare? Licenziarti? Scappare con me? Sarebbe assurdo.”
Rude rimase in silenzio per qualche istante. “Se tu me lo chiedessi”, fece poi a voce bassa, “potrei decidere di farlo.”
“Ti rendi conto di cosa significa?”
”Perché non me lo chiedi, Cissnei?”
“...ma a te piace, essere un Turk?”
”Non è che mi piaccia. E’ ciò che sono.”
“Sai che non posso chiederti una cosa del genere.”
“Ciò che sei? E se non fossi più un Turk, un giorno, cosa saresti?”
”Niente. Se non fossi un Turk, non sarei niente.”
“Perché?”
“Quindi, non smetterai mai di lavorare per la ShinRa.”
”Non credo.”
“Non vedi che sono qui?” Rude parlava in modo lento, deciso. “Se sono qui, vuol dire che... potresti chiedermelo.”
“Se vuoi farlo, fallo e basta!”
”Se non vuoi che io lo faccia, non lo farò.”
”Che significa?”
”Che dipende da te.”
”Da me?”
”Sì, Cissnei. Da te.”
“E lasceresti tutto? Te ne andresti da Midgar? Passeresti il resto della tua vita con me, a scappare dalla ShinRa? Lo sai... lo sai che non ti chiederei mai questo.”
”Allora non lo farò.”
“Smettila!”
“Quindi, vuoi vivere a Midgar?”
”Certo.”
”Come mai? Credevo preferissi viaggiare.”
“Beh...” Cissnei aveva sorriso, un po’ imbarazzata, fissando il cielo. “Se me ne andassi da Midgar, non ti rivedrei.”
“Va bene.” Rude si voltò verso la porta. “Buona fortuna, Cissnei.”
“Aspetta!” Lui la guardò, con la mano sulla maniglia. “Puoi... puoi rimanere solo per... cinque minuti?”
Sentì solo il rumore della stoffa, un frusciare soffice, e si trovò stretta con forza. Le mani di Rude erano fra i suoi capelli, aveva le sue braccia intorno. Chiuse gli occhi, e nulla aveva importanza.
Bastava chiederlo. Bastava articolare le parole.
Rimani.
Rimani.
Rimani.
Ma non poteva dirlo. Non poteva. Non avrebbe mai potuto.
“E se me ne andassi da Midgar, che faresti?”
Rude aveva riflettuto un momento, incerto. Era rimasto in silenzio, e Cissnei non aveva più chiesto nulla.
Non avrebbe potuto chiederglielo ancora. Lo sapeva.
“Allora, facciamo un riassunto.”
Reno partì sgommando, come faceva sempre. Elena si tenne stretta al sedile posteriore, sospirando.
“Ci hanno dato degli ordini.” continuò. “Discordanti. E ci hanno spiato per tutto il tempo.”
“Potremmo essere osservati, anche adesso.” aggiunse Rude.
“Mh, può darsi. Quindi, suppongo che Tseng sia curioso di sapere come reagiamo alle situazioni... difficili.” Ingranò la marcia, cercando intanto un pacchetto di sigarette nel cruscotto. “E noi vogliamo farglielo vedere, giusto?”
”Giusto.” fece Rude.
“E non abbiamo intenzione di fare ancora le cavie.”
”Esatto.”
”E Tseng non sembra felice di vederci.” Reno ne accese una, aspirò. Elena abbassò un finestrino, veloce. “Mi ha mandato dietro un esercito, che ha smesso subito di seguirmi. Quindi, voleva solo che io non entrassi nel suo ufficio.”
”Già.”
”Ma noi vogliamo entrarci.”
”E subito.”
”Il nostro scopo, dunque, è incontrarlo e farci spiegare cosa succede.”
”E capire cosa c’entri Cissnei.” disse Rude.
“Sì.”
“Sei sicuro di volerlo fare? Non sarà facile.”
Reno gli sorrise. “Adesso vedrai cosa ci si perde, nel lasciarmi indietro.”
”Vorrei ricordarvi che io sono totalmente contraria a qualsiasi cosa facciate.” disse Elena, incrociando le braccia al petto mentre Reno e Rude si davano il cinque con enfasi. “Qualsiasi.”
***
Aveva dodici anni, ed un lungo taglio su un polpaccio. Si era chinata ad osservarlo, sorpresa. La carne era rossa. Il sangue sgorgava dalla ferita aperta, colava sulle calze, sulle scarpe. La sua gamba era diventata una cosa, dalla quale veniva un lieve dolore pulsante. Una cosa rossa, gonfia, sporca. L’aveva osservata ancora, curiosa, turbata. Non si era mai fatta una ferita profonda come quella, prima. Ferirsi in quel modo le rendeva chiari i limiti del suo corpo, il fatto che un’arma potesse tagliare davvero. Quando ci aveva pensato, era caduta fra la terra e l’erba, in ginocchio. Aveva sentito la pelle tendersi, la ferita aprirsi di più. Il sangue era caldo, oh, così caldo.
“Signorina Yuffie!” aveva urlato qualcuno, correndole incontro. L’allenamento si era concluso. Aveva perso. In una battaglia vera sarebbe morta.
Sarebbe... morta.
Yuffie strinse le mani fra l’erba. Pianse. Le lacrime trasformavano la terra in fango, piccoli cerchi scuri del suo disappunto. Non voleva morire. Non ne aveva alcuna intenzione. Non aveva mai pensato che potesse succedere. Il sangue si faceva scuro fra il verde, la circondava.
Aveva dodici anni, quando aveva promesso a se stessa che nulla avrebbe più potuto farle temere la morte.
“Tu non puoi capire.”
Si era tenuta in disparte, mentre i magnifici tre si riunivano. Non era proprio il momento di prenderlo a calci, anche se avrebbe voluto farlo. Tanto per mettere in chiaro che, beh, non si era di certo dimenticata di come aveva osato trattarla.
“Cosa, di preciso, non posso capire?”
Era stato lui ad avvicinarsi, e Yuffie aveva lasciato che questo bruciasse. Solo un po’. Un sottile piacere. Ci ha pensato. Ci sta pensando. E poi, niente.
“Dovresti tornare subito a casa, piccola. Questo casino non ti riguarda.”
”Sei stato tu a chiamarmi.”
”Non avrei dovuto. Non è servito.”
“Dovete infiltrarvi nell’ufficio di Tseng, giusto? Io posso essere utile. Ormai sono qui, Reno. Non mi costa nulla.”
“No. Lascia stare.”
“Non lo farei per te. Per Cissnei. Solo per lei.”
”Certo.”
Yuffie sorrise, chinando il capo. Era lui a non capire. Era lui a non capirla. Non era una sorpresa. “Sei davvero convinto che farei qualsiasi cosa... per te?”
Reno fece un sospiro profondo, guardò la porta chiusa. “Appena Rude viene fuori da lì, noi ce ne andiamo. E non torneremo. Non so come si potrebbe sviluppare la cosa. Non voglio che voi ne siate coinvolti.”
“...Voi? Non voglio portarmi dietro Cloud e Tifa, sai?”
“Non cambia nulla. Non voglio che tu sia coinvolta.”
“Perché?”
”Potresti farti male.”
”Te ne importerebbe?”
”Sì, me ne importerebbe.” Aveva appoggiato le spalle alla parete, con un’espressione scocciata. “Non complicare le cose, ti prego.”
“Va bene.”
“Sai...” aveva detto una volta, fra le lenzuola, con quel suo solito viso furbo. “...uccidere qualcuno, è strano. Ti fa sentire...” Si era voltato sulla schiena, fissando il soffitto. “...potente.”
Yuffie aveva tenuto gli occhi chiusi, non aveva detto nulla. Sapeva bene come ci si sentiva.
“E ora, si torna a casa!” esclamò, sollevando le braccia.
“Non vuoi rimanere per stasera?” chiese Tifa. “Immagino che tutta questa faccenda ti abbia stancato parecchio...”
”No no, devo proprio tornare. Sai, mio padre... sarà già furioso, sono stata via troppo!”
“Va bene, Yuffie.” Tifa la abbracciò, un abbraccio caldo, lento. “Stai attenta.”
”Attentissima, mamma.”
Aveva sceso la scaletta quasi saltellando, tenendo ben stretta la sacca. La macchina di Reno si era appena allontanata, ne aveva visto la partenza dalla finestra. Aspettò qualche secondo, per essere sicura che Tifa non la stesse guardando. Poi iniziò a correre.