Don't step on the flowers
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10 – Come tanti


“Dove vai?”
Elena non si voltò nemmeno. Continuò a camminare. Rude le andava dietro, a breve distanza. “Ho dovuto spiegare ad un locandiere che stavamo facendo... un giochetto particolare. Ho un livido sul polso, e non siamo riusciti a riprendere la pistola.” disse, seccata. “Se ora continui a seguirmi, ti avverto, credo che avrò una crisi isterica.”
“Dobbiamo parlare.” Rude le mise una mano sulla spalla, ed Elena la scosse via con foga.
“Non ho niente da dirti. Stai ostacolando la mia missione, è già tanto che io non ti abbia fatto esplodere il cervello.”
“Ma...” iniziò lui, poi si bloccò. Aveva visto la sua automobile, ferma dove l’aveva lasciata.
“Ma, ma e ma!” fece Elena, alzando le braccia al cielo. “Che rottura! Tseng si incavolerà un sacco per questo, me lo sento. Me la farà pagare. Ed è tutta colpa tua, perché per qualche strana ragione hai deciso che Cissnei ti sta simpatica! Mi sarei aspettata una cosa del genere da Reno, sinceramente, ma da te... no davvero. Tutto potevo aspettarmi, ma non... Ehi, mi stai ascoltando?” Rude si allontanò di corsa, raggiunse la macchina. “Ah, che bello. Mi pianti pure in asso così?”
Rude guardò dentro, dal vetro del finestrino. Non c’era nessuno. Nessun segno di una lotta. Nulla. Si risollevò e rimase immobile, a fissare i sedili.
“Ehi? Rude...?”
“Non c’è.”
“Cosa? Chi?” Una piccola pausa. “Ah... Non ha preso la macchina?” Rude annuì, serio. “E allora dov’è? Ah bene, perfetto, ora devo pure cominciare a cercarla! Fantastico, grazie Rude!”
“Mi dispiace... se ti ho fatto male.”
”Certo.” Elena si massaggiò un polso. “Ma è per Cissnei, ovvio, per Cissnei mi prenderesti a pugni senza problemi! Com’è che vi piacciono sempre le donne così... così...” Un gesto di stizza. “...deboli?”
”Non è debole.”
”Ah no, eh? Eppure guarda, l’abbiamo trovata subito, era qui da sola. Disarmata. Che faceva, piangeva?” Scosse il capo. “E Tseng... oh, come si incavolerà, ora!”

“Tseng... ha ordinato anche a te di ucciderla?”
”Eh?”
”Ha dato quell’ordine, a me e a Reno.”

Elena sbattè le palpebre, sorpresa. “Ah... davvero?”

La serratura cedette quasi subito, ormai sapeva bene come forzarla. Fece un passo all’interno, si richiuse la porta alle spalle. La finestra della stanza centrale era spalancata. Sulla spalliera del divano, c’era ancora la giacca di Reno.
Disordine. Era quella la prima parola che le veniva in mente, ogni volta. La tipica casa di due uomini. Probabilmente, a Midgar ce n’erano tante, combinate in quel modo. Il pavimento era coperto da uno strato uniforme di polvere. Lei e Cissnei avevano pulito in giro tante volte (più Cissnei, in effetti, ora che ci pensava bene), ma Reno e Rude proprio non riuscivano a capire che era necessario farlo regolarmente.
Due uomini. Come tanti altri.
“C’è nessuno?” chiese Yuffie, avvicinandosi al divano. Sul tavolino c’era ancora la sua tazza di caffè. Passò avanti, entrò nel cucinino, guardò il lavandino pieno di piatti. Sul fornello, la moka ancora piena del caffè non versato. Le guardò dentro, un po’ disgustata. Era chiaro che fosse stato Reno ad usarla. Aveva messo troppa acqua, e il caffè era uscito fuori lasciando delle macchie scure sull’acciaio.
“...Reno?” disse, mentre entrava nella stanza da letto. Non c’era nessuno. Tornò indietro, entrò in bagno. Un grande asciugamano bianco era stato abbandonato sul pavimento. Lo prese, lo appoggiò all’orlo della vasca. Aprì la finestra. L’aria era troppo calda. Probabilmente Reno aveva fatto una doccia, dopo che lei era uscita. Si voltò verso il piatto della doccia, lanciò uno sguardo ai flaconi.
Avrebbe saputo dire quali erano i suoi.
Rude non aveva dei gusti particolari, si sarebbe lavato solo con una semplice saponetta, se fosse dipeso da lui. Reno, invece...
Si chiese per un momento, un solo piccolo istante, se fosse davvero così strano aver voglia di prendere un flacone e annusarlo. Poi, con un’espressione contrita, decise che no, non era il caso. Uscì dal bagno a passi veloci, come per allontanarsi da una tentazione.
La casa era vuota. Silenziosa.
Ricordò quando Reno le aveva spiegato come mai lui avesse a disposizione un letto a due piazze, mentre Rude dormiva sul divano. Lo diceva in modo naturale, sbrigativo, come se fosse una cosa ovvia. Se c’era un solo letto in casa, doveva essere suo. Perché lui lo usava di più. Perché a lui, quando dormiva, piaceva avere spazio.
Quando avevano parlato di quello?
Ricordò una discussione sull’affitto, su come dimenticassero sempre di pagarlo, sul fatto che il padrone di casa non mandasse mai sua moglie a riscuotere perché non si fidava di loro. E Reno aveva fatto una smorfia sarcastica, aveva detto che poteva capirlo, mentre Rude si era sistemato gli occhiali e aveva aggiunto che il loro padrone di casa era sveglio.
O quando le aveva raccontato che a volte tagliavano loro la luce, perché qualcuno rubava le bollette. Ricordò come aveva riso sentendogli dire quello, perché proprio non riusciva ad immaginarli a pagare una bolletta. Reno si era accigliato e aveva detto che tutti pagano le bollette, anche i Turk.
Ricordò quando Reno era tornato con un’enorme botte di birra, rifiutando di dire dove l’avesse presa, e si erano tutti riempiti fino a scoppiare per poi litigare per il bagno. Si rivide a saltellare di fronte alla porta chiusa, dicendo con voce stridula che le scappava, che non poteva proprio aspettare, e che tutti avevano riso.
Ricordò la teoria che avevano creato loro due. Sui film. Sul fatto che, quando si mette in pausa all’improvviso, anche gli attori più belli del mondo si sarebbero sempre fermati in una posizione innaturale e idiota. L’avevano messa alla prova per tutta la sera, mentre Rude e Cissnei brontolavano perché a loro sarebbe piaciuto vedere il film in modo normale. E alla fine Reno le aveva detto che, da quel momento, ogni volta che avesse messo in pausa un film avrebbe pensato a lei e a quella stupida teoria. E lei aveva risposto Oh cazzo, adesso ci penserò anch’io, non voglio pensare a te ogni volta che vedo un film!, e lui aveva sorriso.
La casa era così familiare per lei, così piena di echi. Eppure, da quanto la conosceva? Non poteva essere passato molto tempo... Ed era già finito tutto. Sapeva che sarebbe finito, certo, non era così scema da aspettarsi qualcosa. Però... però era un peccato. Le piaceva. Le era piaciuto. Le sarebbe piaciuto... ancora. Ancora un po’, giusto un altro po’.
“Sei un cretino, Reno!” gridò alle pareti, pestando un piede sul pavimento. “Solo un...”
In quel momento, la porta si spalancò di botto. Yuffie sobbalzò, si voltò, e un Reno ansante la richiuse in fretta facendole cenno di star zitta.
“Mi stanno seguendo!” disse, sottovoce.
“Eh? Chi?”
“Sssh!” Reno corse in camera, iniziò a rovistare in un cassetto. Yuffie gli andò dietro, confusa. “Dov’è la pistola? L’ha presa Rude? Oh, merda, perfetto...”
“Ma chi è che ti segue?”
“Dovresti chiedere perché! Non chi, perché!” fece lui, aprendo un altro cassetto e buttandone il contenuto in giro. “Hai una pistola, per caso?”
“Io non uso pistole!”
”Che arma hai? Ne hai una, vero?”
”Si può sapere che succede, ora?”
”Dovevo portarmela dietro, lo sapevo.” Richiuse il cassetto. Si voltò a guardarla. “Beh, mi sa che dovremo uscire dalla finestra.”
”Eh?!?”

Reno si lanciò a guardare fuori, sporgendosi sul davanzale. “Ne vedi qualcuno? Stanno arrivando?”
“Mi vuoi spiegare che stai combinando?”
”Non li vedo... Forse li ho seminati. Ma sanno che vivo qui, non capisco perché non arrivano... E’ meglio uscire comunque.”

“Ma chi?” urlò Yuffie alle sue spalle. In un istante si sentì sollevare da terra e si ritrovò a superare il davanzale. “Potresti almeno chiedermi che ci faccio in casa tua!” strepitò, mentre Reno la trascinava in strada.

Elena continuava a massaggiarsi il polso. In realtà non le faceva così male, ma sapeva bene quanto Rude si sentisse in colpa. E le piaceva stuzzicare quella sua debolezza.
“Diventerà viola...” mormorò, guardandolo con la coda dell’occhio.
“Scusami.” Rude chiuse la portiera, continuando a guardare fuori per assicurarsi che non ci fosse nessuno.
“Forse dovrei metterci una benda...”
Lui aprì il cruscotto, prese una piccola valigia bianca. La aprì sulle ginocchia, ne prese un rotolo di benda ed un tubetto anonimo. Elena rimase in silenzio, mentre lui la medicava.
Non era proprio necessario. Ma le piaceva. Era impossibile capire che espressione avesse Rude, come sempre. Non la guardava neanche. Spalmava quella strana gelatina fresca, lentamente, sul suo polso. Osservandolo si accorse che aveva un taglio sul viso. Doveva essere stata la porta.
Faceva male. No, non il polso. Faceva male, guardarlo così serio mentre si prendeva cura di lei. Non avrebbe saputo spiegare perché. Tutta la rabbia e la tensione si sciolsero, in quel momento. Elena sentiva solo tanta... tristezza. Faceva male, pensare che qualche minuto prima stava per sparargli. E Rude continuava ad arrotolare la garza intorno al suo braccio, come se fosse l’operazione più importante del mondo.
“Mi... mi dispiace, Rude.”
”No, non devi dispiacerti.”
”Ti ho quasi sparato...”
”Non l’hai fatto.”
”Ma solo perché mi hai disarmato!”
”Non l’avresti fatto. Lo so.” Fece un nodo alla garza, stringendo solo un poco.

Elena sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Quella gentilezza era... così sbagliata, e in più stava per venirle il ciclo. Le veniva sempre da piangere, prima del ciclo.
“Sei uno scemo.” disse, e si passò la manica della giacca sugli occhi, rovinando il trucco. Rude sorrise appena.
Sarebbe stato perfetto, se l’avesse abbracciata. Oh, no, non voleva che lo facesse, ovviamente. Sarebbe stato ridicolo, oltre che perfetto. Ma in quel momento, solo in quel momento, poteva permettersi di desiderare un abbraccio? Da chiunque, proprio da chiunque... Lasciò le lacrime scorrere, giusto qualche secondo di silenzio pieno del suo respiro veloce. Poi prese un fazzoletto dalla valigia, si asciugò il viso, si assicurò nello specchietto che il trucco non fosse in uno stato pietoso.
“Parliamo, allora.” disse. E Rude annuì.


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